ADNKronos Politica


giovedì 16 gennaio 2014

La Penisola che Non C'è


Parlare di politica italiana è come dissotterrare cadaveri: non trovi niente che si muova, e se si muove generalmente non è un buon segno.
Siamo affezionati ai nostri problemi, ne parliamo giorno e notte, e ci rattrista l’idea di risolverli. A cose fatte correremmo il rischio di sentirne la mancanza. Guai a chi ce li tocca.
Il vantaggio è che puoi scrivere un pezzo sui mali dell’Italia e riproporlo a distanza di  dieci o vent’anni senza che abbia perso di attualità: le location sono “eterne”, una risistemata ai nomi dei  personaggi e ai  modi di dire (perché se devi ripetere le stesse cose almeno cambia il gergo…) e il gioco è fatto.

Abbiamo appena chiuso un altro anno in recessione (PIL -1.8%), ma la notizia è che si vede la luce in fondo al tunnel: per il 2014 il meteo economico dà “ripresa”.
Finalmente. Strette di mano a favore di camera e diffuso senso di sollievo. Bravi tutti. Poi però spegni la TV e ti torna in mente che anche per il 2013 era stata prevista la ripresa.
20 Settembre 2012: Monti “L'anno prossimo sarà un anno in ripresa”.

Ci pensi ancora un po’ ti ricordi che anche per l’ormai lontano 2012 si alimentavano speranze di un riaffacciarsi del “segno +”.
Passera “100 miliardi per la crescita, speriamo in una ripresa nel 2012”. I 100 miliardi nessuno li ha visti, ma anche Draghi, dagli stanzoni della BCE, assicurava che l’Italia era “davvero sul sentiero giusto”.
Per la cronaca: nel mondo reale il 2012 si è concluso in Italia con un PIL in caduta libera: -2.4%.

La ripresa in Italia è immancabilmente prevista per il secondo semestre, possibilmente dell’anno successivo.
Anche se nel 2014 continuassimo ad andare giù a fine anno sarà passato abbastanza tempo perché nessuno si ricordi della previsione (tranne magari qualche blog di poco conto).

Ma al di là della speranza (che, come noto, non è una strategia) per quale motivo dovrebbe esserci una ripresa nel 2014? E perché avrebbe dovuto esserci nel 2012 e nel 2013?
Riferito all’attualità la risposta potrebbe essere che una volta toccato il fondo (abbiamo perso 8 punti di PIL dall’inizio della crisi e già prima non stavamo molto bene) non si può che risalire, o almeno rimbalzare. Ma l’esperienza comune insegna che in casi simili si può anche iniziare a scavare.
Qualcuno però di recente ha dato una risposta diversa. Lo spunto lo hanno fornito gli inattesi dati di fine anno della CGIA di Mestre che a sorpresa ci hanno informato che nel 2013 un certo tipo di contribuente, con un certo reddito e un certo nucleo familiare, ha pagato meno tasse rispetto all’anno precedente.
La notizie ha fatto incetta di titoli sui media e Premier e Vice del “Governo del Twittare” non hanno perso tempo a mettere l’inatteso pacchettino sotto l’albero dei “successi dell’esecutivo” (dove peraltro non hanno fatto fatica a trovare posto) lasciandosi andare ad un “L’Italia riparte” di prodiana memoria (qualcuno ricorderà che allora non fu esattamente un successone).

Peccato che una simulazioni che ci dice che alcune tipologie di contribuenti hanno pagato meno tasse non sia esattamente sinonimo di “riduzione della pressione fiscale”.
A confermarcelo ci ha pensato uno studio di Confcommercio che ha da poco certificato il nuovo record storico della nostra pressione fiscale ormai ad un soffio da quota 45%. E si tratta di un dato “apparente”, che tiene conto anche di chi lavora in nero e non versa un Euro nelle casse dello Stato. Il livello effettivo di tassazione per chi le tasse le paga raggiungela bella cifra del 54%, contro il 51% della Danimarca, il 47% della Svezia, il 42% della Norvegia, il 40% del Regno Unito e (tanto per farci del male) il 28% degli USA.
Tutto questo mentre la Banca Mondiale ci ricorda che siamo al 65° posto nella lista dei paesi dove conviene fare investimenti (dietro il Botswana e la Bielorussia) e ben oltre il 100° posto (e in discesa)se si parla di burocrazia e pressione fiscale.
Che motivi ragionevoli ci sono per aspettarsi che un paese con questi numeri torni seriamente a crescere? Per carità, un piccolo rimbalzo ci può stare, ma avete mai visto qualcuno che prova ad uscire da una buca rimbalzando sul fondo?

Se fossimo in uno dei tanti salotti televisivi permanenti a questo punto qualcuno si alzerebbe e darebbe la colpa alla Germania: è il risanamento bellezza, ce lo hanno imposto loro.
Ecco il nostro risanamento: dopo due governi di pubblica virtù e salvezza nazionale il debito pubblico si avvia sicuro e spedito verso quota 2100 miliardi di Euro, pari al 133% del PIL e per di più in crescita decisa (+3% nel secondo trimestre del 2013). Il nostro rapporto Debito/Pil è la sola cosa cresce (molto) più della media europea.
Come si spiega?
Non è difficile: prendiamo l’aumento dell’IVA, misura suicida per eccellenza in un paese con la domanda interna sotto la tendina a ossigeno: l’aliquota è stata portata da 21% al 22% con il dichiarato intento di fare cassa e ripianare il deficit. Risultato: nei primi 8 mesi del 2013 il gettito IVA è calato (non aumentato, calato) di quasi 4 miliardi di Euro con un ulteriore buco di bilancio per lo Stato oltre a quello che si cercava di riempire. A calare non è stato il deficit, sono stati i consumi.
La più grossa panzana che si sia sentita di recente nei TG è la filastrocca sul “quanto costerà in più l’aumento dell’IVA alla famiglia-tipo del balpaese”. Come se la famiglia-tipo di questi tempi avesse dei soldi in più da spendere. Non li ha, quindi semplicemente con gli stessi soldi acquisterà meno beni e servizi di quelli che acquistava prima.
E se poi con quegli stessi soldi deve pagare anche l’ultima tassa partorita del Consiglio dei Ministri tra Iuc, Tari, Tasi, etc. (quando avremo esaurito le sigle ricorreremo probabilmente ai nomi mitologici: la Zeus o la Eros ad esempio suonerebbero…da dio) stringerà ancora di più la cinghia e lo Stato, pur avendo aumentato le aliquote, incasserà meno soldi.
E andrà ancora peggio se, proprio per eccesso di tasse, uno o più componenti di quella famiglia perderanno il lavoro: la disoccupazione è al 12.7%, nel 2011 era all’8.4%, il che vuol che per ogni due disoccupati del 2011 oggi ce n’è uno in più. In altri paesi non si parlerebbe che di questo, ma noi continuiamo pure a baloccarci con lo spread.

Ecco in sintesi come è amministrata l’Italia:
Problema - conti in rosso a causa di una pubblica amministrazione che ingoia più soldi del buco nero al centro della Via Lattea.
Soluzione - di tagliare la spesa non se ne parla quindi per far quadrare (sulla carta) i conti alziamo le tasse. Questo fa calare i consumi, non c’è domanda e le imprese chiudono. Cala il numero degli occupati e quindi anche il numero dei soggetti che pagano le tasse, perciò, anche se chi paga paga di più, i conti continuano a non tornare e continuiamo ad avere lo stesso problema. Soluzione: alziamo ancora le tasse.  
Tornare all’inizio del periodo e ripetere in loop un numero a piacere di volte fino a completo esaurimento del settore privato.

Ecco perché il pareggio di bilancio annunciato con squilli di tromba per il 2013 è stato rimandato a data da destinarsi. Il rapporto Deficit/PIL al 3% vuol dire che, malgrado la fiera delle tasse, abbiamo mancato l’obiettivo di qualche decina di miliardi di Euro, un'inezia. Come dire che giocavamo a freccette e invece del centro del bersaglio abbiamo colpito il vetro della finestra…di una casa in un'altra città.
Questo a conferma del ben noto principio che tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un singolo bicchiere, se a quel bicchiere è stato tolto il fondo.

Tagliare la spesa per alleggerire il carico fiscale è il solo modo per imboccare la strada della crescita. L’Italian Way invece è quello di inventarci tasse dai nomi sempre più esotici per alimentare quello stesso apparato burocratico pachidermico che fa quotidianamente la guerra agli investimenti e alle iniziative private. In sintesi: ci togliamo il pane di bocca per rendere sempre più grossa e pesante la palla di piombo che ci portiamo al piede e poi ci stupiamo che muoversi diventi sempre più difficile.

Questo è il quadro dell’Italia di inizio 2014 al di là delle twittate (che nessuno è ancora riuscito a trasformare in qualcosa da tagliare con forchetta e coltello). I commenti alla “ce l’abbiamo fatta” sentiti di recente sono la miglior riprova che chi amministra questo paese, al di là dell’opportunismo,  semplicemente non sa di cosa parla. Leggere tendenze generali in un singolo dato frutto di una simulazione è come fare stime sulla qualità della vita di una città consultando il meteo online.

E comunque se ti affidi unicamente al meteo online, anche solo per sapere se in una certa città fa caldo o freddo, vuol dire che in quella città non ci vivi. Vivi da un’altra parte. In una Penisola che non c’è.

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martedì 5 febbraio 2013

L’IMUnodeficienza




Se c’è una cosa che abbiamo imparato in un anno di governo tecnico è che non si vive senza l’Imu: l’Imposta che ci ha salvato dalla deriva greca (copyright P.F. Casini), qualunque cosa voglia dire.
Apriti cielo dunque quando qualcuno prima ha proposto di abolire l’Imu sulla prima casa e poi, orrore, addirittura di restituire il maltolto incassato nel 2012.
Proposta ridicola, demagogica, populista l’hanno subito bollata gli esponenti del “nuovo-arco-costituzionale-wannabe”, i Casini e i Bersani, quelli che di tasse sono sempre vissuti e quindi comprensibilmente sull’argomento sono un tantino sensibili. Ci vuole tatto.
Monti? Il Tecnico in Capo, il volto nuovo del popolarismo europeo, ha voluto distinguersi arrivando ad ipotizzare, da autentico moderato, che si tratti di voto di scambioCorruzione.
Come se un cittadino che va a votare pensando alla salute delle sue tasche dovesse sentirsi in colpa per essere stato corrotto da qualcuno.
Il benessere di un paese dipende anche e soprattutto da quanto sono piene le tasche di chi ci abita. Vallo a spiegare a chi vive di solo spread.
Ma soprattutto l’idea di abolire l’Imu sulla prima casa (con effetto retroattivo al 2012) è stata  giudicata irrealizzabile. Perché appunto non si vive senza l’Imu.

Oddio, la capacità dell’autore della “proposta shock” di passare dalle parole ai fatti è come minimo da discutere, e resta sempre il piccolo problema di coerenza di un partito che prima vota l’introduzione di questa IMU in parlamento e un anno dopo fa la campagna elettorale sulla sua abolizione.
Sulla genuinità della proposta e suoi “buoni propositi” di chi l’ha avanzata ognuno è quindi libero di farsi la sua opinione, ma dire che abolire l’Imu sulla prima casa vuol dire scardinare irreparabilmente i conti dello Stato è una balla di quelle certificate.

Per la verità questo film l’abbiamo già visto: nel 2006 fu sempre l’Uomo Nero di Arcore a proporre l’abolizione dell’Ici sulla prima casa nell’unico sussulto di un soporifero confronto televisivo pre-elettorale con Prodi.
Stesso copione, risatine di sufficienza abbinate alla solita “indignazione telefonata”, che per molti è diventata ormai uno stile di vita. In pochi giorni il vantaggio elettorale del centrosinistra, dato per inattaccabile, si ridusse a cifre da prefisso telefonico internazionale (con il doppio zero davanti) e l'armata prodiana si ritrovò in mano una vittoria azzoppata che valeva poco più di un pareggio.
L’idea si rivelò talmente irrealizzabile ed eversiva che fu poi lo stesso governo Prodi a metterla in pratica per primo, poco più di un anno dopo, esentando dall’Ici sulla prima casa circa la metà del contribuenti italiani.

Venne poi il 2008 con la promessa berlusconiana di completare l’opera e di estendere l’esenzione a tutti i proprietari di prime case (tranne quelle di lusso). L’Italia votò, l’Uomo Nero vinse e il famigerato primo Consiglio dei Ministri a Napoli, sventurati noi, mantenne.
E lì iniziarono i guai. Eh si perché ormai ce l’hanno spiegato talmente bene che l’abbiamo capito “Se oggi c'è l'Imu bisogna accettare l'amara verità che si è abolita l'Ici senza calcolare le conseguenze, non poteva e non doveva essere abolita nella situazione economica in cui si trovava il paese". Insomma se oggi l’italiano medio deve fare i conti con le batoste dell’Imu la colpa è di ha abolito l’Ici sparando prima di mirare.

Però poi uno si fa due conti e scopre che l’intera ICI sulla prima casa valeva circa 2.5 miliardi di Euro, (3 miliardi secondo le stime più generose) il primo intervento del governo Prodi ne tagliò circa 1, quindi, riferendoci alla detassazione spericolata dell’ultimo governo di centrodestra, stiamo parlando di non più di 2 miliardi di euro.

2 miliardi di Euro erano e restano un gran bel gruzzolo, ma si tratta di 1/800 del nostro Pil  (lo 0.125%), di 1/400 della nostra spesa pubblica (lo 0.25%) e di 1/1000 del nostro debito pubblico (lo 0.1%). Non esattamente il genere di percentuali che fa la differenza tra il virtuosismo di bilancio e la bancarotta.

Per tappare questo buco da 2 miliardi il governo dei tecnici ha dato alla luce una tassa che nelle previsioni doveva incassarne circa 20, quando l’intera Ici (non solo quella sulla prima casa) ne portava nelle casse dello Stato meno di 10.
Per la serie “ci rifacciamo con gli interessi”: ogni anno avremmo recuperato cinque volte quello che l’Uomo Nero aveva irresponsabilmente lasciato per strada in ciascuno degli esercizi economici dal 2008 al 2011.
E non è finita qui, perché alla prova dei fatti il gettito IMU è stato di circa 24 miliardi, ovvero ben 4 miliardi in più rispetto a quelli che questo stesso governo aveva previsto (quindi le volte diventano sette).
Quanto vale tutta l’Imu sulla prima casa? Coincidenza: 4 miliardi giusti giusti.
Abolirla (o restituirla) vuol dire riportare il gettito complessivo dell’Imu più o meno a quanto stimato e messo in conto dallo stesso Governo del Professor Monti.

L’unico motivo per cui questa proposta potrebbe essere giudicata irrealizzabile è che abbiamo a che fare con uno Stato con le mani talmente bucate da non essere in grado di privarsi nemmeno di quello che non aveva previsto di incassare, per il semplice motivo che qualunque somma è già spesa prima ancora di essere incassata, secondo il ben noto principio per cui tutta l’acqua del mondo non riempirà mai un bicchiere a cui è stato tolto il fondo.
Tutto questo con buona pace di campagne di buonismo fiscale all’insegna del “pagare tutti per pagare meno”, uno slogan tanto sensato da sembrare vero, almeno fino a quando non ci si ricorda che lo Stato recupera regolarmente dalla lotta all’evasione una decina di miliardi di euro l’anno (12 miliardi nel 2012). Qualcuno ha mai visto un centesimo di quelle somme essere utilizzato per ridurre di un centesimo le tasse?

Così stanno le cose in Italia fuori dal recinto della balle di comodo, delle frasi fatte e dei Meme. Così era ieri e così sarà verosimilmente domani. Ma questo non significa che debba piacerci.

lunedì 10 dicembre 2012

L'Uomo Nero


E’ tornato l’Uomo Nero, si salvi chi può. L’Italia è pronta a tornare sul baratro.
Ce ne siamo accorti ieri, leggendo il Corriere della Sera, quando a scendere in campo con l’elmetto montista è stato il direttore in persona. In momenti del genere un uomo deve fare quel che deve fare. “Questa è la cronaca di ore drammatiche che mai avremmo voluto raccontare. Un governo muore così” sospirava ieri De Bortoli. Il tono è quello classico del sogno spezzato.
Perché quello che si avvia a conclusione oltre ad essere stato il governo dei piani alti dei Palazzi era anche quello degli editorialisti, di quell’Italia dei “migliori” (naturalmente autoproclamati) che dopo lustri di frustrante impotenza, di endorsement inascoltati, di nottate elettorali passate a scuotere la testa nel constatare che ancora una volta il popolo aveva votato le persone, anzi scusate, la persona sbagliata, un anno fa decise di prendere in mano la situazione: diamo finalmente al paese un governo illuminato, di gente che sa di latino (come dicevano i bravi manzoniani) e ha passato la vita nei luoghi più vicini al mondo reale conosciuti ad un direttore di giornale: le aule universitarie (dove la realtà entra solo quando qualcuno apre la finestra, come sa chiunque le abbia frequentate fino all’agognata laurea).

I risultati li abbiamo visti, questo blog lo ha scritto e riscritto e non c’è bisogno di ripetere ancora il lungo elenco dei numeri che fotografano lo scenario post bellico di un paese che in un anno ha visto la sua economia reale fatta a pezzi
Ma tutto questo, dal tracollo del PIL all’esplosione della disoccupazione, è scomparso dal dibattito nazionale per dare spazio alla narrativa dell’Italia salvata dal baratro.
Peccato che la storia di Monti sia quella di un medico che, per salvare un paziente di salute cagionevole dalle angosce di una vita poco allegra, invece di curarlo l'ha spedito in coma.

Monti si sta per dimettere. Alleluia. Ma resterà in sella fino all’approvazione della legge di stabilità, che avverrà in tempi rapidi e non è in discussione. Chi descrive scenari di catastrofi imminenti con all’orizzonte lo spettro dell’esercizio provvisorio dipinge quindi quadri surrealisti e, con la scusa di metterci in guardia da imprevedibili reazioni dei mercati, cerca di alimentarle per poterle poi cavalcare in una campagna elettorale che, Monti o non Monti, era già in corso.
Eh si perché i mercati “ci faranno pagare un prezzo assai alto” tuonava ieri il Corriere, naturalmente per colpa di chi ha aperto questa crisi. Insomma onta su chi ci espone a nuove ondate speculative, avendo  accorciato di 15-20 giorni (nemmeno votando contro, ma astenendosi) la vita ad un governo che nella migliore delle ipotesi poteva sopravvivere altri tre mesi.
Eppure, se la memoria non mi inganna, nessuno dette dell’irresponsabile a chi, tredici mesi fa, fece cadere in quattro e quattr’otto un esecutivo non certo da applausi, ma eletto dal popolo  (non dal circolo ristretto Quirinale-comitati di redazione), aprendo una crisi al buio con ancora un anno e mezzo di legislatura davanti. Nessuno dette dell’irresponsabile a chi, con quella mossa, fece schizzare in su lo spread di quasi 100 punti in poche ore (fino a sfiorare quota 600), e nemmeno ai tanti analisti anonimi che avevano assicurato urbi et orbi che sarebbe successo l’esatto contrario.

Dopo averlo usato come pretesto per far cadere il governo dell’Uomo Nero, lo spread ce lo siamo tenuto tra quota 400 e 500 quasi ininterrottamente per nove mesi (tranne una parentesi tra febbraio e aprile), con un picco a 530 datato 24 Luglio, senza che nessuno di quelli che oggi si strappano i capelli per cose non ancora successe, sentisse il bisogno di dirci che avevamo un problema.
Adesso sarà diverso, anche un’oscillazione di 10 punti sarà un presagio di sciagura, e le agenzie di rating che nel 2012, tra un downgrade e l’altro del nostro sistema economico, erano state bollate dal montiano e moderato Casini come “criminali”, torneranno ad essere definite la voce del mondo che ci guarda. Sempre che buttino la croce sul bersaglio giusto s’intende.
I comitati di redazione sono già al lavoro per mettere a punto la nuova narrativa, e dove i fatti non ci sono si inventeranno, come successo ieri per la frase di Monti “In Politica? Ora sono più libero”, mai pronunciata (come chiaro dalla lettura dell’articolo), ma diventata titolo, per giunta virgolettato, un po’ ovunque, nella migliore tradizione da “realtà aumentata” del giornalismo nostrano.

Il Pdl queste elezioni non le perderà per aver tolto la fiducia a Monti, le perderà, tra le altre cose, per avergliela votata ininterrottamente per un anno intero mentre il suo governo massacrava a colpi di tasse le piccole imprese, i commercianti, i professionisti, e tutta quella classe media che non vive attaccata alla mammella dello stato e costituiva il cuore dell’elettorato di centrodestra. Una colpa che non si lava con un’improvvisa presa di coscienza arrivata troppo tardi per cambiare qualcosa nelle tasche della gente comune.

Stiano quindi tranquilli quelli che oggi condividono con il mondo le loro grida di terrore per il ritorno dell’Uomo Nero, si preoccupino piuttosto di un paese che sta affondando. Un paese in cui, tra le altre cose, si condannano gli scienziati per non aver previsto un terremoto e si arrestano i giornalisti per reati d’opinione.
L’Uomo Nero a Palazzo Chigi non può entrarci se la gente non lo vota. Ad esserci andati per chiamata diretta sono stati altri, e stanno tutti dall’altra parte.

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venerdì 7 dicembre 2012

Tutti giù dal Monti



Di fatto il Pdl non fa più parte della maggioranza che sostiene il governo Monti. L’astensione non è un voto contrario ma marca una discontinuità, come direbbero i Follini di ieri e di oggi (i vari Bocchino, Briguglio e Granata, se qualcuno se li ricorda ancora).
Si potrebbe dire “finalmente”, ma in realtà c’è poco da festeggiare, questo governo di calamità nazionale (nel senso che è stato una calamità, non che è nato per reagire ad una calamità) non avrebbe mai dovuto esistere,  il solo averlo fatto nascere ha voluto dire, per il centrodestra, rinnegare l’unico vero valore  portato alla politica italiana negli ultimi 20 anni, e cioè che i governi escono dalle urne e non dai piani alti dei palazzi.
Un anno fa erano in tanti a dire che, vista la situazione di emergenza, la democrazia era un lusso che non potevamo più permetterci, dopotutto la democrazia nessuno è mai riuscito a metterla in mezzo al pane, no?
E’ vero, la democrazia non si mangia, ma la storia insegna che nei paesi in cui la democrazia è stata trattata come l’abbiamo trattata noi alla lunga anche pane e companatico ne hanno risentito. E l’Italia non ha fatto eccezione: un anno di governo di tecnici eletti da nessuno ci consegna un paese precipitato in recessione,  un’economia sepolta sotto una valanga di tasse e un pareggio di bilancio che, malgrado i ripetuti salassi, non è neanche in vista.

Ci sarebbero state mille occasioni per “rompere”, o almeno per prendere le distanze, in questi tredici mesi di guerra dichiarata all’economia privata, dal commercio alla piccola impresa, con la ciliegina finale del salatissimo saldo IMU servito come antipasto del pranzo di Natale, che darà il colpo di grazia anche alle speranze di una boccata d’ossigeno festiva dei consumi. Ennesimo, ma forse non ultimo, colpo di genio del governo bocconiano che una ne fa e cento ne sbaglia.
Mille occasioni. Ma per assistere al cambio di linea del Pdl abbiamo dovuto aspettare che tale Corrado Passera da Como pronunciasse frasi poco amichevoli nei confronti di Berlusconi.
Si doveva farlo prima. Si doveva farlo per un motivo migliore. Non certo per rispondere al chiacchiericcio mattutino di un futuro signor nessuno, che passerà alla storia solo per essere stato il ministro dello sviluppo economico dell’unico governo della storia repubblicana a non aver conosciuto nemmeno un trimestre isolato di crescita nel corso del suo mandato.

Si è temporeggiato per rincorrere il “signor Casini” (Pierfurbi per gli intimi) e la chimera della ricomposizione dei moderati. Eppure bisognava aver capito da un pezzo che Casini non è in cerca di scelte di campo. A Casini interessa un sistema in cui il centro possa di volta in volta allearsi a urne chiuse con chi vince senza mai uscire dalla stanza dei bottoni. Per farla breve: a Casini interessa Casini, e qualunque sia la dote di voti a sua disposizione è meglio lasciare che sia un problema di qualcun altro.
Proprio Pierfurbi ieri, in piena trance montiana, ha citato a memoria un vecchio adagio del "professore in capo" giusto giusto di un anno fa: Prima di Monti l’Italia rischiava di non poter più pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici.
Pericolo scongiurato. Peccato che per lasciare tutto com’era in una pubblica amministrazione che con tutta evidenza non serve a dare servizi agli amministrati, ma stipendi agli amministratori, oggi contempliamo uno scenario post bellico in cui ci sono quasi 600.000 disoccupati in più rispetto ad un anno fa.

Ma non sono questi i numeri che fanno notizia. Ieri all’improvviso si è tornati a parlare dello spread, salito da 311 a 327 in 24 ore. “Segno che senza Monti sull’Italia tornerà la bufera” hanno sentenziato i soliti analisti senza nome, quelli che un anno fa ci avevano assicurato un calo secco di 100-200 punti del temuto indice non appena Monti avesse varcato la soglia di Palazzo Chigi, gli stessi che hanno poi assistito in sonnacchioso silenzio alla sua permanenza sopra quota 500 fino ad estate inoltrata e che oggi profetizzano catastrofi per un’oscillazione di una quindicina di punti.

Si vada alle elezioni. Lo si faccia il prima possibile, siamo già in ritardo di un anno.
Il centrodestra queste elezioni le perderà perché fino a ieri non ha fatto niente per vincerle. Il successore di Monti facilmente riuscirà a fare anche peggio di lui. Ma è meglio un cattivo premier votato dal popolo che uno  scadente, o appena passabile, scelto per concorso.
Prima di parlare di vincere le elezioni c’è da ritrovare la propria identità. E c’è da dire qualcosa di liberale, già che ci siamo.

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venerdì 30 novembre 2012

Nemico Pubblico



Monti ha salvato l’Italia. Scommetto che l’avete già sentita.     Giusto un anno fa eravamo sull’orlo del baratro greco ma oggi – sospiro di sollievo – ne siamo fuori. Tutto questo grazie al governo dei professori, sia loden a loro.
Normale quindi che qualcuno si sia mobilitato per riportare il “professore in capo” a Palazzo Chigi anche dopo il voto di Marzo. Casini, Montezemolo, ma sotto sotto non solo loro, hanno già deciso che dovrebbe essere lui  a guidare l’Italia per i prossimi cinque anni, anche senza l’incomodo di farsi votare. Insomma il governo dei tecnici doveva essere uno strappo una tantum al processo democratico, ma ad un anno di distanza per alcuni l’anomalia sono diventate le elezioni, che in fondo in fondo se si potessero evitare sarebbe quasi meglio, si risparmierebbe anche un bel po' di soldi.

Perché tanto, chiunque vinca, la strada resta quella tracciata dai professori, il nuovo Totem si chiama “Agenda Monti” che deve proseguire anche nella prossima legislatura e chi dice il contrario è un irresponsabile. L’agenda Monti nessuno l’ha letta e nemmeno mai vista, ma è già il programma del prossimo governo.
In sostanza siamo passati dal “tutto tranne Berlusconi” al “tutto purché ci sia Monti”, avevamo un nuovo padre della Patria in casa e non ce n’eravamo accorti. D’altronde quando ti capita di salvare l’Italia è il minimo della riconoscenza.

Ma si è mai visto un salvataggio in cui l’unico a non sentirsi meglio è il presunto salvato? Se vuoi sapere come sta una persona gli misuri il colesterolo, oppure la pressione. Dati oggettivi, numeri, che salgono o scendono, migliorano o peggiorano. Se la cura funziona lo capisci da lì. Il paziente Italia è l’unico caso clinico conosciuto in cui si giudica la bontà della cura della reputazione del medico senza nemmeno fare le analisi al malato.
Perché tra i mille discorsi sul sesso degli angeli che dividono ferocemente la politica nostrana i grandi assenti sono i cosiddetti fondamentali. A poco più di tre mesi dalle elezioni non si sente parlare di PIL o di disoccupazione. Siamo in pieno consulto ma le analisi non le guarda nessuno.

Eppure la cartella clinica è pubblica:
Un anno fa, quando avevamo un piede nella fossa, il nostro PIL aveva rallentato, di molto, rispetto al 2010, ma su base annua cresceva ancora dello 0.4%. Oggi, dopo un anno di governo illuminato, siamo in piena recessione: il PIL è a -2.2%. E malgrado i tanti proclami rassicuranti (che spostano invariabilmente l’inizio della ripresa al secondo semestre dell’anno successivo) resterà sottozero anche nel 2013. Bel colpo.
Un anno fa, prima che Monti venisse a salvarci, la disoccupazione era all’8.5%, oggi viaggia in doppia cifra e, notizia di poche ore fa, ha sfondato quota 11% con il numero dei disoccupati che si prepara a tagliare il traguardo dei tre milioni.

Lo spread però è sceso, dirà qualcuno. Vero, ma non certo per merito di SuperMario e dei suoi compagni di cordata. Alla fine di Luglio, quando il governo di salvezza nazionale era già insediato da 8 mesi, eravamo ancora ben oltre la soglia di guardia, a quota 530 per l'esattezza. Se oggi l'emergenza si è raffreddata è solo grazie al varo del fondo salvastati europeo, che ha fatto scendere nella stessa misura (circa 200 punti) anche lo spread dei Bonos spagnoli. O vogliamo credere che l'Agenda Monti sia tradotta anche in spagnolo?

Ciliegina sulla torta: pochi giorni fa l’Ocse ci ha informati che i nostri consumi privati hanno avuto il peggior  tracollo mai visto nel nostro paese dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E questi in effetti sembrano davvero i numeri di un guerra, dove però il "nemico" (sempre in senso metaforico) ce l’abbiamo in casa e insistiamo anche per dargli le chiavi per restarci.
Il luminare ha operato. L’operazione è riuscita, i colleghi applaudono. Il paziente purtroppo è morto, ma nessuno l’ha ancora avvisato, quindi ufficialmente è in salute.

Che sarebbe finita così l’avevano previsto in tanti (anche questo blog). Non che sia un gran merito,  non ci vuole il Nobel per l’economia, e nemmeno una cattedra alla Bocconi, per capire che una politica recessiva porta alla recessione.
E non serviva la sfera di cristallo nemmeno per prevedere che, malgrado questo bagno di sangue, avremmo mancato anche gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici. A oggi il pareggio di bilancio nel 2013 è lontano di diversi miliardi di euro (rapporto deficit/Pil stimato al 2.9% alla fine del 2013 sempre secondo l’Ocse). I conti non tornano e non possono tornare perché una cura fatta solo di tasse taglia la testa alle imprese e stacca la spina ai posti di lavoro di migliaia di persone, gente che se avesse potuto continuare a lavorare oggi pagherebbe le tasse allo stato, invece è a spasso e versa all'erario Euro 0.00, loden o non loden.

Il mondo oggi non pasteggia con caviale e champagne, ma non siamo nel 2009, non c’è la scusa della recessione globale. Oltre alla “solita” Cina, la Germania cresce, gli USA crescono (poco ma crescono), la Gran Bretagna cresce. L’area Euro presa tutta intera va su e giù intorno allo zero, ma noi il nostro segno meno ce lo siamo guadagnati da soli con una politica che, nella miglior tradizione del Bel Paese, ha deciso di far pagare il conto solo all’economia privata rifiutando ogni seria ipotesi di taglio strutturale della spesa pubblica. Il motto è “tassa di più per poter spendere come prima” e tutto questo con l’appoggio di un partito cosiddetto liberale che ancora si chiede perché i suoi consensi si siano dimezzati negli ultimi 12 mesi.

L’Agenda Monti è il diario di un anno tra i peggiori che l’Italia ricordi, ma nel 2013, con le elezioni alle porte e un polo liberaldemocratico quasi completamente dissolto, rischiamo di trovarcene sul tavolo una addirittura peggiore.
Intanto questo esecutivo ha munizioni ancora per quattro mesi. La guerra continua.

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venerdì 23 novembre 2012

Killing Rubio




Tattica  che  vince  non si   cambia.  La  scorsa  estate,    mentre   i   repubblicani confezionavano  la convention   che  avrebbe   consegnato   a   Mitt  Romney la nomination ufficiale del GOP, il team Obama gli stava già sganciando in testa l’arma-fine-del-mondo, sotto forma di   una   valanga  di spot da decine di milioni di dollari mandati in onda per settimane  negli stati in bilico, mentre network TV, giornali e internet facevano da cassa di risonanza.
Il candidato repubblicano ne usciva, a seconda delle occasioni, come un plutocrate, un affamatore di lavoratori, un nemico delle donne e, dulcis in fundo, come un assassino, se non volontario almeno colposo.
numeri del voto nei swing states chiariscono molto meglio di tante parole quanto la campagna obamiana sia riuscita a mettere al sicuro la rielezione del presidente puntando prima di tutto sui voti che contavano e la propaganda anti-Romney (rimasta senza risposta fino al mese di settembre) ha avuto la sua parte nella buona riuscita dell’operazione.

Il prossimo giro delle presidenziali è tra più di 200 settimane, ma c’è già chi ci sta pensando, sia di qua che di là.
Nel campo repubblicano il nome sulla bocca di tutti è quello di Marco Rubio: senatore da appena due anni, quindi non ancora compromesso con il “potere corrotto” di Washington, ha fatto il miglior discorso della convention di Tampa (qualcuno ricorda la “nascita” politica di Barack Obama, prima di essere eletto senatore, alla convention democratica del 2004?)  e soprattutto è un ispanico, uno che infila regolarmente frasi in spagnolo nei suoi discorsi. E nessuno può accusarlo di farlo per ruffianeria, perché semplicemente quella è la sua lingua.

Ne succederanno tante da qui al 2016, ma a oggi Marco Rubio sembra la carta migliore che il GOP puossa giocarsi per ricucire lo strappo con un elettorato, quello ispanico appunto, che lo scorso 6 novembre ha portato alle urne quasi 13 milioni di persone che si sono schierate con Obama 71 a 27 con un saldo attivo per il presidente di oltre di 6 milioni di voti.
Nel 2004 erano meno di 10 milioni e Bush ne conquistò il 44%, contro il 53% di Kerry, con una differenza di “solo” 1 milione di consensi.

Obama è lui stesso espressione di una minoranza ed è tutto da dimostrare che il prossimo nominato democratico possa viaggiare su percentuali simili alle sue tra afro-americani, asiatici e ispanici, ma è chiaro che il GOP ha un problema da risolvere e se non lo fa in fretta la demografia gli renderà la strada verso la Casa Bianca sempre più in salita. Con uno come Rubio sarebbe da subito meno ripida.
Se ne sono accorti anche i liberal che stanno già oliando gli ingranaggi della macchina ammazza-Romney rivista e corretta per l'occasione, e hanno iniziato a scaldarsi questa settimana saltando letteralmente addosso a Rubio dopo questa intervista a GQ, dove all'improvviso è saltata fuori questa domanda:

"GQHow old do you think the Earth is? 
Marco RubioI'm not a scientist, man. I can tell you what recorded history says, I can tell you what the Bible says, but I think that's a dispute amongst theologians and I think it has nothing to do with the gross domestic product or economic growth of the United States. I think the age of the universe has zero to do with how our economy is going to grow. I'm not a scientist. I don't think I'm qualified to answer a question like that. At the end of the day, I think there are multiple theories out there on how the universe was created and I think this is a country where people should have the opportunity to teach them all. I think parents should be able to teach their kids what their faith says, what science says. Whether the Earth was created in 7 days, or 7 actual eras, I'm not sure we'll ever be able to answer that. It's one of the great mysteries."


"GQ: Quanti anni pensi che abbia la Terra?
Marco RubioNon sono un scienziato. Posso dirti cosa dice la storia, posso dirti cosa dice la Bibbia, ma penso ci sia un confronto tra I teologi e credo che la cosa non abbia niente a che vedere con il prodotto interno lordo o la crescita economica degli Stati Uniti. Penso che l’età dell’universo non abbia niente a che vedere con i modi per far crescere la nostra economia. Non sono uno scienziato. Non credo di essere qualificato a rispondere a domande del genere. Alla fine penso ci siano molte teorie su come l’universo sia stato creato e credo che questo sia un paese in cui ci debba essere la possibilità di insegnarle tutte. Credo che i genitori debbano poter insegnare ai loro figli cosa dice la  loro fede e cosa dice la scienza. Se la Terra sia stata creata in sette giorni o in sette ere, è una domanda a cui non sono sicuro che saremo mai in grado di rispondere. E’ uno dei grandi misteri."

Una risposta “politica” che non vuole scontentare nessuno, e oggettivamente non una gran risposta. Ma, prima di scatenarsi con la storiella imparata a memoria dei repubblicani nemici della scienza, i media e i blog liberal avrebbero dovuto ricordarsi cosa disse nel 2008 l’allora senatore Barack Obama, ancora in pieno derby di primarie con Hillary Clinton, quando gli venne chiesto “Se una delle tue figlie ti chiedesse ‘Papà, Dio ha davvero creato il mondo in sei giorni?’ cosa risponderesti?




Basta andare al minuto 2:28 per sentirgli rispondere:
“I believe that God created the universe and that the six days in the Bible may not be six days as we understand it … it may not be 24-hour days, and that's what I believe. I know there's always a debate between those who read the Bible literally and those who don't, and I think it's a legitimate debate within the Christian community of which I'm a part. My belief is that the story that the Bible tells about God creating this magnificent Earth on which we live—that is essentially true, that is fundamentally true. Now, whether it happened exactly as we might understand it reading the text of the Bible: That, I don't presume to know.”


“Penso che Dio abbia creato l’universo e che i sei giorni della Bibbia possano non essere sei giorni come li intendiamo…potrebbero non essere giorni di 24 ore, questo è quello che credo. So che c’è sempre un dibattito tra chi legge la Bibbia letteralmente e chi non lo fa e penso sia un dibattito legittimo nella comunità Cristiana di cui faccio parte. Quello che credo è che la storia raccontata dalla Bibbia su Dio che crea questa magnifica Terra dove viviamo sia essenzialmente vera.  Che sia fondamentalmente vera. Ora, se sia avvenuto esattamente come possiamo capirlo leggendo il testo della Bibbia  è una cosa che non oso pensare di sapere.”

E basta continuare a guardare per qualche altro secondo perché spunti fuori anche qui la parola "mistero".
Vi piace il gioco “trova le differenze” della “settimana enigmistica”? Accomodatevi.
Il cerchiobottismo di comodo sui temi “sensibili” non ha colore politico, con buona pace di chi va a caccia di stereotipi. E la partita per il 2016 è già iniziata.

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giovedì 22 novembre 2012

Eccesso di Reazione?





Nei sei giorni che hanno portato al cessate il fuoco di ieri sera sono morti civili innocenti sia in Israele che nella Striscia di Gaza.
Le morti innocenti sono tutte uguali, ma questo non basta a dare sostanza alla solita cantilena dell’equivalenza morale tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra, con l’immancabile bollino della “reazione sproporzionata” da attaccare addosso a chi non ha fatto altro che difendersi, come avrebbe fatto qualunque altro Stato aggredito da un suo vicino.
Quello della reazione sproporzionata è l’argomento tipico di chi vuol dar ragione all’aggressore sapendo di non poter negare che di aggressore si tratta. La conta delle vittime (molto più numerose a Gaza che nel sud di Israele) parrebbe dare ragione ai teorici dell’eccesso di reazione, ma non è così.

Israele è un fazzoletto di terra grande meno della Lombardia, circondato da un miliardo di persone che lo vedrebbero volentieri cancellato dalla cartina geografica capeggiati da leader che non hanno né pudore né timore di dirlo pubblicamente.
Non si sopravvive in uno scenario del genere senza avere un esercito meglio addestrato e meglio equipaggiato di quello dei “vicini” e questo nello specifico vuol dire anche un sistema di difesa che è costato un miliardo di dollari (finanziato anche dall’amministrazione Obama) che permette di abbattere molti dei razzi palestinesi che quotidianamente volano sulla testa di chi vive nel sud del paese, prima che possano esplodere a terra e fare vittime tra la popolazione.
Dall’altra parte del “fronte” Hamas usa come postazioni di lancio per quegli stessi razzi aree densamente popolate di Gaza trasformando scuole, ospedali ed edifici civili in genere in obiettivi militari con l’inevitabile conseguenza di metterci sopra il mirino dell’aviazione israeliana.

E’ la differenza sostanziale che c’è tra chi difende i propri civili e chi si fa scudo dei propri civili.
Altro che equivalenza morale.

Vallo a spiegare a certi nostri politici, dei quali questo blog prima o poi dovrà tornare (con il classico naso turato) ad occuparsi.
Vallo a spiegare ad esempio ai Vendola di turno che chiedono il ritiro del Premio Nobel per la Pace all’Europa (peraltro inutile come tutti i Nobel per la Pace) per “aver lasciato sola Gaza” a fronteggiare la “violenza Israeliana”. I Vendola di turno normalmente non sanno, o fingono di non sapere, che mentre il “violento” Israele faceva passare attraverso la sua frontiera cibo e medicinali destinati alle popolazioni colpite dai suoi raid, a Gaza si faceva festa per un attentato che ha causato qualche decina di feriti a Tel Aviv.

Poi ci sono i Bersani che, per carità, non fanno il tifo per nessuno. “Noi siamo per la pace e stufi di sopportare il conflitto”.
Tel Aviv e Gaza invece si divertono un mondo tra allarmi antiaerei, esplosioni e palazzi crollati.
Qualcuno li informi che Bersani è stufo di sopportare, così magari la smettono per fargli un favore.  

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venerdì 16 novembre 2012

Swing States: I Voti che Contano




Le presidenziali americane si giocano su cinquanta Stati, più il Distretto di Columbia: 120, 130 milioni di elettori attivi “spalmati” su 3 fusi orari.
Questa è la teoria. La pratica invece è che si vince e si perde su non più di una decina di stati, dei quali solo quattro o cinque di volta in volta decisivi. La maggior parte degli altri stati nemmeno vede l’ombra dei candidati durante la campagna elettorale. California e Texas sono buoni per la raccolta fondi, ma i voti che contano sono solo quelli dei swing states.
Florida e Ohio sono ormai swing states quasi per costituzione, altri entrano ed escono dalla categoria a seconda che sia il candidato democratico o quello repubblicano a giocare in difesa.
Nel 2012 la lista ufficialmente includeva undici nomi: Virginia, North Carolina, Ohio, Florida, New Hampshire, Pennsylvania, Colorado, Michigan, Wisconsin, Iowa Nevada. Una gara nella gara con un "montepremi" di 40 milioni di voti.

In questo “micro-paese” il calo dell’affluenza è stato dell’1.49%, contro il quasi 6% della media nazionale. Obama ha un calo di consensi dimezzato, da -10% a -5%, mentre Romney trasforma il suo segno meno nazionale in un + 3%.
A guadagnarci però è il Presidente, che vede il suo vantaggio salire al 3.5%, rispetto al 2.8% circa della media nazionale. Parrebbe poca cosa, ma se si guardano i numeri stato per stato ci si accorge di quanto in realtà questo miglioramento sia stato selettivo e in gran parte concentrato solo dove contava davvero.

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Romney ha realizzato il suo massimo guadagno relativo in stati come il Michigan, la Pennsylvania, il Wisconsin e il Nevada, ovvero negli unici, tra quelli citati, in cui nel 2008 Obama aveva vinto con distacchi a doppia cifra e anche quelli meno toccati dalle incursioni dei candidati, dalla pioggia di spot e dal ground game “intensivo”.

La fermate dei candidati nell'ultimo mese di campagna. Fonte Fox News
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In Michigan il calo dei votanti è stato in linea con la media nazionale, ma mentre Obama rispetto al 2008 ha avuto uno smottamento di oltre 300,000 voti, Romney ne ha guadagnati 60,000 abbondanti. Tutte le contee, senza distinzioni tra zone urbane e periferiche, inclusa quella più popolosa di Detroit, hanno visto un avanzamento repubblicano (frecce rosse). Ma partendo da un distacco di oltre 800,000 voti Obama ha potuto perderne quasi la metà e mantenere quasi 10 degli oltre 16 punti di vantaggio che aveva nel 2008.

Fonte: NY Times
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Discorso simile in Wisconsin: distacco dimezzato, Obama -63,000 voti, Romney + 146,000 voti, tutte le contee con freccia rossa decisamente a destra, incluse le popolose e urbane Milwaukee Dane (Madison), ma ancora vittoria in carrozza per il Presidente con un margine di quasi 7  punti.

Fonte: NY Times
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Il copione non cambia neanche in Pennsylvania, dove entrambi i partiti hanno visto calare i loro numeri rispetto al 2008 e Obama ha perso oltre 300,000 voti. Apparentemente ci sono delle contee con la freccia blu, in realtà anche in quelle tre Romney, pur avendo perso percentualmente di più rispetto a Obama, guadagna qualche manciata di voti sul Presidente rispetto al 2008. Nella popolosa contea “urbana” di Philadelphia il distacco si assottiglia di oltre 13,000 voti. Nell’intero stato il distacco anche in questo caso è dimezzato, da 10 a 5 punti, ma è più che abbastanza per una vittoria sul velluto blu.

 Fonte: NY Times
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La musica è diversa quando ci spostiamo nei veri battleground states, quelli con margini più risicati che Romney non poteva perdere e che quindi Obama doveva impedirgli di vincere: VirginiaOhio e Florida.
I 7 punti guadagnati da Romney in Michigan e Wisconsin e i 5 della Pennsylvania diventano 3 in Virginia, 2.5 in Ohio e appena 1.95 in Florida.


In Ohio entrambi i partiti hanno fatto peggio che nel 2008, il calo dei consensi dei democratici è però in questo caso solo 2.3 punti peggiore di quello medio dello stato. Obama ha generato un  turnout sufficiente a limitare a poche migliaia di voti l’erosione nelle aree urbane delle contee di Hamilton (Cincinnati), Columbus e Cleveland, abbastanza per tamponare il guadagno repubblicano nel resto dello stato e vincere con appena 20,000 voti più di quelli di McCain 2008, risultato che Romney ha peggiorato di 84,000 unità.

Fonte: NY Times
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In tutta la Florida (dove votano più di 8 milioni di persone) Obama perso appena 47,000 voti rispetto al 2008 (-1.09%) e pur vedendo virare a destra la maggior parte delle contee ha tenuto nelle popolose aree di OrlandoPalm Beach e Broward invertendo addirittura la tendenza nella ultraurbana contea di Miami, dove ha raccolto 40,000 voti in più di quattro anni fa mentre il suo avversario ne ha lasciati sul campo quasi 30,000.
Saldo netto della sola contea di Miami rispetto al 2008: +68,000 ObamaRomney ha perso l’intero stato della Florida per 73,000 voti.

Fonte: NY Times
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Numeri che raccontano, molto più di quelli nazionali, l’efficacia del ground game del Team Obama, che ha “giocato” sulla mappa elettorale facendo esattamente quello di cui c’era bisogno dove ce n’era bisogno. Obama ha perso terreno, anche pesantemente, dove poteva permetterselo. Ma dove ogni voto contava la sua macchina del consenso ha generato un turnout sufficiente a permettergli di tenere o addirittura crescere. Non è un caso. Così si portano a casa 10 swing states su 11, e così si trasforma un 51-48 nel voto popolare in un 332 a 206 nel collegio elettorale.
In vista del 2016 il GOP deve imparare a confrontarsi alla pari con la macchina organizzativa democratica che, dopo la batosta del 2004, ha ridefinito il concetto stesso di controllo del territorio. Una macchina che non ha mai chiuso i suoi uffici negli stati chiave dopo l’elezione del 2008, iniziando fin dal giorno dopo a preparare il campo per il 2012. Questo è il nuovo standard, o ci si adegua o si perde. L’Orca è stato un fiasco da non ripetere e prendersela solo con la “debolezza” del candidato Mitt Romney, come fa qualcuno, vuol dire guardare il quadro e vedere solo la cornice.


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giovedì 15 novembre 2012

Azione e Reazione



Per rendersi conto dello stato dell’informazione in Italia basta leggersi il resoconto di quanto avvenuto ieri a Gaza da parte di quello che dovrebbe essere un quotidiano equilibrato e imparziale.
I fatti: da giorni il sud di Israele è oggetto di un incessante lancio di razzi palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza (130 da sabato a ieri secondo fonti israeliane). Tutto questo nel silenzio generalizzato della stampa.
Nella giornata di ieri l’esercito di Israele ha condotto una serie di azioni contro obiettivi militari nella Striscia allo scopo di neutralizzare le postazioni da cui questi razzi vengono lanciati.
Chiederei ad ogni persona su questo pianeta: cosa faresti se il tuo popolo venisse usato come bersaglio giorno dopo giorno? Dovete vedere la nostra operazione come fondamentalmente difensivaha detto alla CNN il portavoce del governo israeliano.

Leggete questo articolo del Corriere e la prima impressione che ne ricaverete è che Israele abbia deciso di dilettarsi con i fuochi d’artificio a Gaza per il gusto di fare qualche vittima e magari conquistare un po’ di terra, come nei libri di scuola.

La causa scatenante – il lancio di razzi da Gaza verso Israele negli ultimi cinque giorni – è citata di sfuggita nella parte bassa dell’articolo. Un lettore poco al corrente dei fatti può tranquillamente scambiare l’azione per la reazione e viceversa, aiutato in questo dal titolo in cui Israeleattacca” e Hamasrisponde” e poco sotto “chiede aiuto”, come succede nella narrativa dell’innocente aggredito.
Scambiare le cause con le conseguenze vuol dire rappresentare un'altra realtà, comportamento tipico di una stampa per cui i fatti sono uno spunto per raccontare storie e niente più. Come certi film in cui “ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale”, poi subentra la creatività dello scrittore. D’altronde a raccontare le cose come stanno sono capaci tutti, no?

Dal prossimo post continua l'analisi del voto negli USA e in particolare negli 11 swing states.

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lunedì 12 novembre 2012

Sconfitta in Cinque Mosse



Com'era prevedibile la rielezione di Obama ha scatenato la caccia al colpevole nel GOP, con Romney a fare da parafulmine. Troppo moderato per alcuni, troppo conservatore per altri. Ognuno ha letto nei numeri dell’election night quello che voleva leggerci. E neanche questa è una sorpresa.

In alcuni stati ci vorranno ancora dei giorni prima di avere un conteggio definitivo dei voti, ma il quadro generale permette già di fare le prime considerazioni sui numeri:
Quello di Obama non è stato un “trionfo di popolo”: rispetto al 2008 ha perso oltre 7 milioni di voti (7.5 al momento di scrivere, ma è un dato destinato a calare nei prossimo giorni) pari all’11% del suo totale del 2008. Vuol dire che più di un elettore su dieci tra quelli che quattro anni fa lo avevano votato nel frattempo ha cambiato idea.
Obama è il primo Presidente ad essere stato rieletto con una percentuale inferiore a quella del primo mandato. E quando il conteggio sarà terminato avrà superato a fatica i 62 milioni di consensi della rielezione 2004 del vituperato George W.Bush, con la differenza che nel frattempo la popolazione USA è cresciuta di oltre 15 milioni di unità.

Non è un calo da poco. L’avessero detto ai repubblicani due settimane prima del 6 novembre sarebbe stato tutto uno stappare di bottiglie.
Ma avrebbero fatto male a brindare, perché contrariamente alle previsioni anche il GOP ha visto calare i suoi numeri rispetto a quelli del 2008. Al momento il totale nazionale di  Romney è di ben 1.3 milioni di voti (-2.1%) inferiore a quello ottenuto quattro anni fa da McCain al termine di una campagna che portò stampato in fronte il timbro della sconfitta almeno da metà settembre.
Senza sconfinare nel “balming game” questi sono alcuni dei perché:

1 - Il bagno di sangue delle primarie
Mai come quest’anno le primarie repubblicane hanno fatto il gioco dell’avversario. Romney, per vincerle, ha dovuto spingersi molto a destra su temi come ad esempio l’immigrazione, utilizzando espressioni come “self deportation” che, al di là del significato, suonano terribilmente male alle orecchie di chi appartiene ad una minoranza. Un danno mai riparato se è vero che Romney ha peggiorato il risultato già pessimo di McCain tra i latinos in tutto il sud, finendo per perdere di misura anche tra i cubani della Florida, un gruppo storicamente pro-GOP che ai tempi di Reagan votava repubblicano all’80%.
Le primarie hanno anche lasciato il team Romney con le casse vuote, mentre Obama ha potuto spendere valanghe di milioni di dollari per bombardare le tv degli stati in bilico con spot che descrivevano l’avversario come una specie di principe del male. Attacchi personali rimasti senza risposta per mesi, fino a quando Romney non ha potuto “sbloccare” i fondi della campagna nazionale, ovvero dopo la nomination ufficiale arrivata solo a fine agosto.

2 - Il “Vice”
La scelta di Paul Ryan è stata di livello e ha energizzato la campagna, ma alla resa dei conti non c’è stato l’effetto trascinamento che molti si aspettavano nel suo stato d’origine: il WisconsinRomney-Ryan sono stati il primo ticket presidenziale a non aver portato a casa nessuno dei rispettivi stati d’origine dal 1972. Perfino Mondale, nella sua leggendaria disfatta 49 a 1 contro Reagan, aveva salvato il suo Minnesota. Certo, Massachusetts e Wisconsin era entrambi dei “long shot”, ma appunto per questo qualcuno si è chiesto se non sarebbero state più efficaci scelte come il senatore Rob Portman dell’Ohio e soprattutto come Marco Rubio, che avrebbe potuto essere un game changer con quell’elettorato ispanico che è costato a Romney la vittoria in Florida, Colorado Nevada.

3 - Il Turnout
Secondo gli exit poll della CNN Romney ha vinto 50 a 45 tra gli indipendenti su scala nazionale, e addirittura 53 a 43 in Ohio. Questo, come previsto, sarebbe stato sufficiente a portarlo alla Casa Bianca se il turnout dei repubblicani si fosse almeno avvicinato a quello dei democratici.
Dipende tutto dal turnout. Se il sample usato da molti sondaggisti, che ha i democratici sopra di 3-6 punti, sarà confermato dai fatti sarà una notte tutta blu. Ma se non fosse così..” è stato scritto qui all’inizio del live blogging elettorale.
Purtroppo è stato proprio così. La CNN fuori dai seggi ha fotografato un elettorato composto al 38% da democratici e al 32% da repubblicani. Al di là dell’inevitabile margine d’errore il miglioramento  rispetto al 2008 è stato troppo modesto per fare la differenza.
Gli stessi strateghi della campagna di Romney per settimane hanno basato i loro calcoli su un turnout molto più simile a quello del 2004 (37 a 37) o del 2010 che a quello del 2008. Per questo Romney è parso voler  andare "sul sicuro” nel terzo dibattito e per questo nell’ultimo week end prima del voto è stata presa la decisione di espandere la mappa, puntando su stati come la Pennsylvania. Non era un bluff. Vedendo i numeri tra gli indipendenti a Boston erano davvero sicuri di vincere e lo sono rimasti fino all’ultimo.
25,000 dollari in fuochi d’artificio erano già pronti, e pagati, per riempire il cielo di Boston martedì notte e quando Romney ha detto di aver scritto solo il discorso della vittoria non era una battuta. Lo si è capito quando ha pronunciato un concession speech a dir poco minimalista, chiaramente messo insieme all’ultimo momento.

4 - Sandy
L’uragano mostro ha votato democratico. Ha dato la possibilità al Presidente di “rifarsi una verginità” dopo settimane di attacchi personali allo sfidante a colpi di Big Bird e Romnesia. Per giorni Romney è sparito o quasi dai titoli dei network, mentre Obama ha potuto dispensare unità nazionale a reti unificate in mezzo a telecamere e fotografi, tra le macerie del New Jersey.
I risultati si sono visti: in controtendenza rispetto a quanto accade di norma stavolta è stato il Presidente in carica a guadagnare terreno sullo sfidante nell’ultima settimana. Secondo la media RCP lo swing è stato di quasi 2 punti e, al di là dei numeri assoluti, anche l’exit poll CNN conferma la tendenza aggiungendo che il comportamento di Obama dopo passaggio di Sandy è stato un fattore importante per la scelta elettorale dal 42% dei votanti, e addirittura il più importante in assoluto per il 15%.

5 - L’Orca spiaggiata
Di tutte le storie questa è forse la più interessante. Il “Progetto Orca” doveva essere la risposta repubblicana definitiva al “mito” del ground game obamiano. La scelta del nome “Orca” non è casuale: l’operazione sul terreno più grande mai tentata.
Doveva funzionare così: 37,000 volontari, sparsi negli stati in bilico, avrebbero dovuto appostarsi nei seggi armati di uno smartphone con all’interno un’applicazione (ORCA appunto)  contenente i nomi di milioni di iscritti ai registri elettorali. Al voto di ogni soggetto il suo nome sarebbe stato spuntato dal volontario di turno e inviato al sistema centrale di Boston. 
Ci darà l’enorme vantaggio di poter controllare i risultati degli stati in tempo reale. Sapremo chi ha votato e chi no e capiremo dove indirizzare i nostri sforzi” dicevano poco prima del voto nel quartier generale di Boston. Sarebbe stato così se il progetto Orca non si fosse rivelato un fiasco fin dalle prime luci del mattinotestimonianze di molti volontari parlano di PIN errati, di impossibilità di connettersi con il server centrale fino a che, intorno alle 4:00 del pomeriggio, pare che il sistema sia andato completamente in crash. E così, mentre i volontari del team Obama accompagnavano fisicamente migliaia di elettori ai seggi, quelli del progetto Orca passavano l’Election Day a fissare un display combattendo con un’applicazione inutilizzabile che ha trasmesso per tutto il giorno al sistema centrale di Boston numeri frammentari, incompleti e errati. Numeri che hanno continuato a dare Romney decisamente in testa anche quando i dati reali dello spoglio dicevano il contrario.
Ciliegina sulla torta di una giornata storta.

Nel prossimo post: il voto negli stati in bilico.

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